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L’accesso ai dati, non il modello, decide le prestazioni degli agenti AI

Andrew Madson (Fivetran) sostiene che gli agenti AI falliscono non per limiti del modello ma per limiti dei dati: integrazione, qualita, contesto semantico, governance e freschezza sono il vero collo di bottiglia.

Chiedi a un agente AI di rispondere a una domanda di business e finisci per imparare più sulla tua infrastruttura dati che sull’agente. Il modello non inciampa perché non è abbastanza intelligente, ma perché non trova ciò che gli serve, non si fida di ciò che trova o non capisce cosa significhino davvero i dati nel contesto specifico dell’azienda. È la tesi di Andrew Madson di Fivetran, ed è un problema di dati, non di AI.

I numeri che cita sono duri. Lo studio del NANDA del MIT, “The GenAI Divide: State of AI in Business 2025”, riporta che il 95% dei pilot di GenAI enterprise non ha prodotto alcun impatto misurabile su conto economico. Gartner prevede che oltre il 40% dei progetti di agentic AI sarà cancellato entro fine 2027, mentre la spesa globale in AI superererà i 2.000 miliardi di dollari nel 2026 (+37% anno su anno). E secondo l’IBM Institute for Business Value, solo il 16% delle iniziative AI è stato scalato con successo. Il MIT attribuisce il divario non alla qualità dei modelli ma a un “learning gap”: workflow fragili e mancanza di apprendimento contestuale.

Integrazione, qualità e freschezza

Un agente vale solo quanto i dati che riesce a raggiungere. Se i dati clienti stanno in Salesforce, l’uso prodotto in un warehouse e i ticket in Zendesk, l’agente lavora con frammenti. A differenza di un analista umano, non improvvisa attorno ai buchi: allucina una risposta sicura oppure restituisce qualcosa di formalmente corretto ma inutile. I requisiti per l’agentic AI sono diversi da quelli di una dashboard: serve accesso programmatico affidabile a dati consolidati e aggiornati, non “aggiornati stanotte” ma correnti. Gartner stima che la scarsa qualità dei dati costi in media 12,9 milioni di dollari l’anno; dare a un sistema autonomo l’autorità di agire su dati sbagliati moltiplica il rischio.

Il contesto separa la demo dalla produzione

Qui cade la maggior parte dei progetti. L’esempio è emblematico: Finance riporta un fatturato di 10,2 milioni, Marketing di 10,4, un copilot AI su Slack di 9,8. Ogni numero è “corretto” data la sua fonte, ma si contraddicono. Un umano risolve con conoscenza istituzionale e riunioni di riconciliazione; un agente ha bisogno che quella conoscenza sia codificata. È il ruolo del semantic layer, che definisce come si calcolano le metriche. Ci sono poi le agent skill (istruzioni strutturate su quali tabelle interrogare e quali join fare), gli embedding e i vector store per i dati non strutturati, e protocolli come MCP, descritto come “l’USB-C della connettività degli agenti”.

Infine la governance, che non è un’aggiunta successiva ma un prerequisito: i controlli di accesso devono viaggiare con i dati, non stare solo a livello applicativo. Il PwC 2025 Responsible AI survey rileva che quasi il 60% dei dirigenti ritiene che le pratiche di AI responsabile migliorino ROI ed efficienza, ma quasi metà fatica a renderle processi operativi.

  • Il 95% dei pilot GenAI, secondo il MIT, non produce impatto misurabile: il limite è il data layer, non il modello.
  • Gli agenti hanno bisogno di dati integrati, puliti, contestualizzati con un semantic layer e freschi al momento della query.
  • La governance è un prerequisito: access control, lineage e classificazione devono valere anche per gli agenti.

Fonte: How data access shapes AI agent performance — https://www.fivetran.com/blog/how-data-access-shapes-ai-agent-performance

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// scritto da

Fernando

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