// data & ai · giornale tecnico MILANO ● LIVE 00:00:00

Costrutti latenti e segnali comportamentali: due modi di costruire modelli

Stesse equazioni di regressione, mondi opposti: modellare un’intenzione ricostruita da survey è diverso dal predire un comportamento già loggato. Cosa cambia, e cosa resta uguale, nel passaggio dall’accademia all’industria.

Su Towards Data Science, Sneha Rani confronta due modi di costruire modelli che condividono spesso le stesse equazioni di regressione ma invertono quasi ogni decisione a valle. Nel dottorato modellava l’intenzione di engagement, una risposta a un questionario che vive solo nella testa delle persone; oggi, nella misurazione pubblicitaria, predice l’engagement stesso, loggato come click o acquisto. Il tema conta perché chiarisce quando serve un measurement model e quando basta il machine learning supervisionato.

Costruire la variabile o interrogarla

Nel primo mondo, i predittori sono costrutti come perceived usefulness, ease of use o privacy concern (dal Technology Acceptance Model di Davis, 1989): nessuno di essi è una colonna da selezionare. La soluzione standard è porre più domande attorno allo stesso costrutto e usare la varianza condivisa, trattando il resto come measurement error. Da qui la structural equation modeling, che stima insieme measurement model e structural model. L’autrice mostra un esempio con semopy, dove l’operatore =~ costruisce il costrutto latente dai suoi indicatori prima ancora di stimare un path.

Nel mondo comportamentale le variabili esistono già: un click è una colonna, un acquisto è una colonna. Un propensity model somiglia a un normale supervised learning, con un esempio in xgboost su feature come recency, frequency e monetary value. Non ci sono loading da validare, ma la domanda di validità non sparisce: ogni feature resta un proxy di qualcosa di non osservabile, e l’assunzione regge “gratis” finché qualcosa non si rompe in produzione.

Verdetti opposti sullo stesso fenomeno

Un punto notevole: gli input correlati sono un segno di salute nel survey model (gli item di un costrutto devono correlare) e un problema nel modello predittivo, dove la ridondanza destabilizza i coefficienti lineari e confonde la feature importance. La riconciliazione sta nello scopo: un modello da interpretare teme la multicollinearità, un modello che deve solo ordinare o assegnare score no.

Molto però si trasferisce intatto: impegnarsi sulla domanda prima di vedere la risposta, scrivere cosa potrebbe essere sbagliato (limitazioni o caveat), e giustificare i metodi. Cambia solo la teoria di riferimento, da psicologica a statistica (randomizzazione, counterfactual credibile, comportamento degli stimatori a scala). Ciò che si perde è il “perché”: i modelli comportamentali dicono chi e cosa, non perché. Un esempio: un lift test geo con lift negativo non significa che l’ad ha ridotto le vendite, ma che un’assunzione è saltata, in quel caso la diversa stagionalità tra regioni.

  • Se l’outcome è un atteggiamento o un’intenzione, sei in territorio measurement model: costruisci e valida ogni predittore.
  • Se è un comportamento loggato, le variabili arrivano pronte ma la validità del proxy va comunque monitorata.
  • Una stima priva di senso è una diagnostica, non un risultato: l’allineamento pre-periodo valida il passato, non il futuro.

Fonte: Building Models in Two Worlds: From Latent Constructs to Behavioral Signals — https://towardsdatascience.com/building-models-in-two-worlds-from-latent-constructs-to-behavioral-signals/

Condividi X Facebook LinkedIn WhatsApp Email

// scritto da

Fernando

Hai qualcosa da aggiungere? Unisciti alla discussione.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri dell'autore

dalla stessa firma